Non esistono numeri certi sull’entità delle donne colpite da endometriosi in Italia; l’unica stima che si può dedurre dai dati su ricoveri e dimissioni è quella del tempo medio di diagnosi: 9,3 anni, dei quali 4,7 prima che la paziente consulti un medico e 4,6 per l’identificazione e l’accertamento della malattia. Queste informazioni balzano all’occhio, in particolare, dopo che il 22 aprile scorso si è celebrata la prima Giornata Nazionale per la Salute della Donna, istituita per diffondere la cultura della prevenzione e l’attenzione a specifiche patologie dell’universo femminile.

“Nonostante la patologia presenti spesso tratti invalidanti e alti costi a carico della paziente e del servizio sanitario per individuarla e trattarla, a livello nazionale siamo carenti sull’implementazione dei percorsi diagnostico-assistenziali e di supporto a chi ne è affetta. In Emilia-Romagna – riporta la Consigliera regionale PD Lia Montalti, depositaria di un’interrogazione sul tema – la Regione in collaborazione con il gruppo di progetto ‘Diagnosi e trattamento dell’endometriosi’ istituito dalla Commissione Nascita regionale, ha avviato nel 2013 un’indagine qualitativa sui percorsi di trattamento dell’endometriosi nel territorio. Gli obiettivi erano l’individuazione di elementi positivi e negativi dei servizi dedicati, dei bisogni informativi dell’utenza relativi al disturbo e alle strutture di riferimento per il trattamento. Sicuramente, per trattare meglio la malattia, è necessario conoscere gli aspetti della vita sui quali questa ha un impatto”.

“Ho chiesto alla Regione quali siano i risultati dell’indagine e se non sia opportuno valutare l’istituzione di un osservatorio permanente regionale che ci aiuti a valutare meglio la malattia e i percorsi per sostenere le pazienti, ma non solo. Penso infatti che la complessità dell’endometriosi e la necessità che comporta di prevedere livelli di intervento diversificati e multidisciplinari, comporti l’opportunità di provvedere l’aggiornamento costante del personale medico coinvolto l’integrazione delle varie figure specialistiche coinvolte nel percorso di cura. Credo inoltre che sia opportuno sostenere i percorsi promossi dalle associazioni che operano nel territorio – conclude Montalti – sia per non lasciare solo chi soffre di questa patologia, sia anche per sensibilizzare al tema le giovani, anche attraverso progetti dedicati in maniera più generale alla salute della donna”.